domenica 30 settembre 2018

The Hotel

Qualcuno ha scritto che il vantaggio di un hotel è quello di essere un ottimo rifugio dalla vita...
 ed era proprio un rifugio quello di cui avevo bisogno in quel momento.
Arrivai all'ingresso quando ormai l'intera strada si era oscurata. Sentivo in lontananza le voci avanzare, avvicinarsi sempre di più. Volevo solo sparire, nascondermi, non essere trovata qualsiasi fosse la loro intenzione.
Entrai nel giardino antistante l'hotel Piuma, c'erano oleandri e Salici ai lati del vialetto. Vedevo dalle vetrate il lungo bancone in legno della reception ma non c'era nessuno dietro. Spinsi la porta, provai ad aprirla ma niente, era chiusa a chiave.
"Aprite... aprite vi prego, fatemi entrare" urlai con tutte le mie forze mentre battevo le mani su quel vetro.
All'improvviso sentii dei passi provenire dalla strada dietro di me. Mi voltai e rividi l'ombra, avanzava lentamente, con passo cadenzato. Ancora una volta non vedevo il suo volto, era immerso nelle tenebre, però stavolta vedevo i suoi occhi. Brillavano nel buio come rubini e mi fissavano.
Rimasi paralizzata, mi appoggiai con la schiena alla porta di vetro dietro di me mentre con la voce tremante, spezzata dal terrore, continuavo a chiedere aiuto.
" Continui a scappare, ancora e ancora e ancora... quand'è che imparerai..." disse con voce rauca fermandosi a qualche metro da me, tra le fronde di un salice che lentamente oscillavano al vento.
"Alla fine, ovunque tu vada, ti ritroverò sempre" continuò mentre riprese ad avanzare.
Sentii le gambe tremare e poi cedere. Mi ritrovai senza volerlo seduta sul pavimento, mi appoggiai alla porta e misi la testa tra le mani.
"Cosa vuoi da me?" dissi con voce sommessa. Non avevo più nemmeno la forza di piangere, non avevo idea di cosa stesse accadendo, di dove mi trovassi e di cosa avrei dovuto fare. Vidi tra le dita i suoi piedi davanti ai miei, era li, ed ero completamente abbandonata.
Sentivo che anche le persone della vecchia casa erano vicine, forse a qualche metro, mentre seguitavano nella loro strana litania. Fu allora che quell'essere davanti a me si girò. Vidi i suoi piedi voltarsi ed allontanarsi poi, all'improvviso, caddi all'indietro e mi ritrovai stesa per terra. Finalmente qualcuno aveva aperto quella dannata porta, ero dentro.

C'era un uomo anziano, sulla settantina, che mi fissava sconvolto. Mi alzai di scatto, afferrai la porta e la chiusi con violenza.
"Grazie, grazie mille... mi ha salvato" gli dissi con gli occhi lucidi di chi è appena scampato a qualcosa di orribile. 
"Salvata? Da cosa?" Mi chiese con aria incerta guardando fuori.
"C'era qualcuno, un uomo forse, era buio, delle persone che pregavano e mi seguivano e..." mi interruppe bruscamente "Si calmi signorina, la fuori non c'è nessuno, di cosa sta parlando?".
"Ma c'erano, glielo giuro, mi creda".
Mi fisso per qualche secondo come se fossi pazza, o forse drogata, non so cosa gli passasse per la testa.
"Non so di cosa stia parlando ma la fuori non c'è nessuno, non vogliamo problemi qui, la prego di uscire".
A quelle parole mi saltarono i nervi ed iniziai ad urlare. Avevo solo bisogno di un posto dove stare, dove far passare la notte, dove nascondermi e riposare. Lui mi fissava esterrefatto poi cercai di calmarmi, presi un respiro e gli chiesi se ci fosse qualche camera libera.
"No, mi spiace, siamo pieni" rispose con durezza.
Mi piegai sulle ginocchia e lo pregai, avevo bisogno di restare li, era l'unico posto dove andare.
"Cosa succede ?" chiese una voce proveniente dalla stanza accanto. Apparve poi una vecchia signora, anche lei sui settant'anni o giù di lì, capelli corti, grigi e occhiali spessi.
"Chi è questa ragazza? Perché sta piangendo?"
"Signora la prego, ho solo bisogno di un posto per stanotte, la scongiuro mi faccia restare qui".
Mi fissò qualche istante poi mi disse di seguirla ignorando le proteste del marito scorbutico.
"Fa così ma non è un uomo cattivo, solo insopportabile " mi disse con un piccolo sorriso. 
In quel momento, con quello che stavo passando, con quello che avevo appena vissuto, quel sorriso fu la cosa più dolce e rassicurante che io abbia mai ricevuto.
Girò intorno al bancone della reception e prese una chiave
"È all'ultimo piano, devi attraversare quel corridoio e prendere le scale, non è un granché ma è l'unica disponibile stanotte".
"Andrà bene signora" le dissi mentre mi passava le chiavi. Le strinsi la mano e la ringraziai ancora una volta.
"Non ti preoccupare, non è un problema, va pure sembri stanca, non so cosa tu abbia passato ma hai bisogno di riposare".
" Non sa quanto ha ragione" risposi avviandomi verso il corridoio, mentre il marito continuava a seguirmi con lo sguardo.
C'era un breve passaggio prima di arrivare ad una porta con sopra scritto "Scale". La aprii e la attraversai. Effettivamente c'erano  delle scale ma non per salire, solo per i piani inferiori. Pensai di aver sbagliato, guardai la chiave e c'era scritto camera 66. Li per li fui tentata di tornare indietro ma non volevo dare ulteriore disturbo. Il proprietario già mi odiava quindi meglio evitare e provare a scendere per vedere cosa ci fosse.
Scesi un piano e vidi un lungo corridoio con camere numerate a destra e sinistra, ma non c'era la mia. Per quanto fosse assurda la cosa sembrava che dovessi arrivare all'ultimo piano... sotto terra. Scesi cinque forse sei piani, fino all'ultimo gradino presente. Davanti a me c'erano altre camere, la prima era la 55, l'ultima ,finalmente , la mia.
Le luci si accesero in automatico non appena scesi l'ultimo scalino. Arrivata in fondo aprii la porta, che emise un lamento stridente, ed entrai richiudendola dietro di me.
La stanza era molto piccola. Appena entrati sulla destra c'era il bagno e subito dopo l'angolo il letto, ma non importava, ero al sicuro.
Mi stesi ed iniziai a riflettere a tutto quello che mi era accaduto. Volevo rimettere insieme i pezzi, capire cosa mi stessa succedendo e perché tutti sembravano dare la caccia a me. Ripensai alla casa, a quella vecchia signora, le loro voci ma soprattutto gli occhi, quei due occhi rossi davanti a me e le sue parole. Cosa voleva dire, perché mi avrebbe sempre ritrovato, cosa voleva da me.
Mentre riflettevo sentii dei colpi sul muro, come se qualcosa lo urtasse di tanto in tanto. Il solo pensiero che potesse essere ancora quell'ombra mi fece sobbalzare dal letto. Sentii una sensazione allo stomaco, come se una lama me l'avesse trapassato. Mi fermai ad ascoltare fin quando non presi coraggio e decisi di dare un'occhiata, almeno così, se non fosse stato nulla, mi sarei potuta rilassare un pò ed avrei potuto riposare, ero stremata.
Aprii lentamente la porta per evitare che cigolasse e vidi una palla rosa attraversare il corridoio e subito dopo una bimba rincorrerla. Aveva dei capelli ricci biondissimi,  una t-shirt bianca e rosa ed un pantaloncino corto abbinato. Aprii ancora un po' per vedere meglio e la porta emise un suono acuto e fastidioso. La bambina allora si volto e mi vide.
"Ciao" mi salutò sorridendo e venendo verso di me.
"Ciao piccola, come ti chiami?"
"Io sono Elisa"
"Hai un nome stupendo sai?" lei mi guardò arrossendo.
"Che colore ti piace? Io amo il rosa, è bellissimo" mi disse mostrandomi la palla con cui stava giocando.
" Anche a me piace tanto" le risposi sorridendole. Lei si fermò qualche istante mi guardo e si mise una mano in tasca.
"Devo darti una cosa "
"No piccola, lascia stare"
Ma lei, come se non mi avesse proprio sentito, continuo a cercare nelle sue tasche. Ad un certo punto però alzo gli occhi e mi guardo con aria seria.
"Scappa, va via di qui" mi urlò correndo verso l'altro lato del corridoio. Quelle parole mi pietrificarono. La guardai sparire dentro una camera e chiusi la porta. Appoggiai la fronte all'altezza dello spioncino e restai li qualche secondo con gli occhi chiusi. Quando li riaprii era tutto buio, mi girai e ad un palmo da me c'erano quei due occhi fiammeggianti.
Mi fissava senza dire una parola. Il suo sguardo era profondo, freddo e guardava nei miei occhi come se fossero vie da percorrere per la mia anima. Sentivo che mi stava scavando dentro lentamente. Cercai di tirarmi indietro ma non avevo spazio per muovermi ne per difendermi.
"Cosa vuoi da me? Chi diavolo sei?" gli urlai contro con tutta la mia forza. Lui senza scomporsi minimamente e senza proferire parola allungò una mano e mi prese al collo. Gli afferrai il braccio nel tentativo di liberarmi ma lui strinse la presa e mi sollevò con i piedi dal terreno. Provai a divincolarmi, a dare calci ma fu tutto vano. La sua mano gelida mi stritolava la gola e stringeva sempre di più ed allora capii che, proprio come un serpente, avrebbe continuato fin quando non avessi smesso di vivere. 
Mi mancava l'aria e gli occhi si facevano sempre più pesanti. Non potevo fare nulla se non arrendermi al mio destino. Prima però con le ultime forze e con un briciolo di voce gli chiesi un'ultima volta "cosa vuoi da me?" e lui mi rispose con un'unica ,semplice , parola "Tutto".
Dopodiché tirò indietro l'altra mano per sferrarmi un pugno.

Saltai dal letto e mi toccai la gola, sentivo ancora le sue dita intorno al collo.
Mi guardai intorno e finalmente riconobbi il posto in cui mi trovavo, era camera mia. Presi il telefono ed erano a mala pena le sei di mattina. Non mi ero mai mossa di lì, era stato un incubo, orrendo, agghiacciante, raccapricciante, ma si trattava pur sempre di un sogno.
Avevo la gola secca, come se avessi corso davvero per ore, così mi alzai per scendere giù in cucina. Passai davanti alla finestra e mi fermai un istante. Non sapevo se guardare fuori o meno. Avevo paura ci fosse ancora quella persona in fondo alla strada a fissarmi, quell'ombra che era addirittura entrata nei miei incubi. Aprii un po le persiane e guardai.
Non c'era nessuno per strada, forse anche quello era parte dell'incubo.


O forse no...




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