lunedì 24 settembre 2018

The Nightmare

Freud affermava che i sogni sono sogni di comodità, ubbidiscono all'intento di continuare il sonno anziché quello di svegliarsi. Il sogno è il custode, non il perturbatore del sonno ma, evidentemente, non aveva mai vissuto la mia esperienza.
Da quella prima notte la mia vita divenne un incubo, e non si tratta di una mera metafora. Tutto quello che sarebbe accaduto di lì in avanti potrebbe sembrare assurdo, contorto, figlio di una mente malata, ma credetemi se dico che il mio cuore batte come un tamburo al solo rivivere quei momenti.
Mi ritrovai davanti ad un'enorme casa bianca. Ero li, ferma, all'ingresso di un giardino rigoglioso pieno di alberi da frutto e fiori, mi sembrava di sentire l'odore di arance e limoni maturi. In mezzo al verde c'era un piccolo vialetto in pietra che portava ad una piccola scala che si arrampicava su un ampio porticato in legno. Aprii il cancelletto ed entrai. C'era un silenzio assordante e si sentivano solo i miei passi. Ad un certo punto sprofondai con un piede. Il vialetto era sparito e davanti a me c'era solo terra e fango. Mi girai e gli alberi erano secchi, bruciati dal sole, anneriti. C'erano sterpaglie ed ortiche ovunque e si avvertiva un forte odore di marcio. Mi fermai di colpo, paralizzata, fin quando non si avvicinò una donna. Era un po' più bassa di me, di mezz'età, aveva i capelli scuri e la carnagione ambrata, sembrava  una nativa americana. Non capii cosa disse ma mi indicò l'ingresso e sembrava invitarmi ad entrare.
Si fermò sulla porta e vedendomi titubante mi attese qualche istante, poi disse qualcosa in qualche lingua a me sconosciuta ed entrò.
Non sapevo minimamente cosa fare. Era tutto strano, quel giardino rigoglioso non esisteva più, mi guardai indietro ed il vialetto era completamente sparito. Sembrava avessi camminato per miglia tanto da non riuscir più a vedere l'ingresso. Avevo una sola scelta possibile.
Spinsi quell'enorme porta in legno e mi ritrovai all'interno.
"Permesso? Signora? Sono la ragazza che stava in cortile, c'è qualcuno?" non ricevetti nessuna risposta. C'era un atrio molto spazioso ma spoglio, non c'erano quadri, ne mobili. A pensarci bene non c'era assolutamente nulla se non una scala sulla sinistra per il piano superiore. Sulla destra invece sembrava esserci una porta a pochi passi da me. Pensai che la donna vista fuori fosse entrata in quella stanza così, facendomi coraggio, mi avviai verso la porta. Il legno sotto i miei piedi scricchiolava. Le pareti erano unte ed ammuffite, come se la casa fosse stata abbandonata da tempo.
Dalla porta trapelava una lama di luce che tagliava il corridoio in due. Anche questa stanza era vuota. Le finestre erano sigillate con del legno che lasciava passare una luce fioca dall'esterno. Mentre pensavo tra me e me cosa avrei dovuto fare vidi un'ombra attraversare l'atrio. Corsi a vedere ma non c'era nessuno, ne lì ne sulle scale. Poi con la coda dell'occhio notai qualcuno dietro di me nella stanza, mi voltai di scatto ma era vuota. Il cuore incomincio a battermi così forte da sentirlo in gola, le mani mi tremavano ed un brivido mi risalii la schiena. Uscii di corsa da quella camera e corsi verso l'ingresso. La porta sembrava essere sigillata, era diventata pesante, impossibile da aprire.
Improvvisamente una mano mi si poggiò sulla spalla, mi voltai ed era la donna del cortile. Mi prese per il polso e mi tirò con forza su, sopra le scale, al piano superiore. Mi portò in un corridoio lungo pieno di camere da entrambi i lati. Alcune erano chiuse, altre invece lasciavano intravedere persone al loro interno e tutte, tutte, fissavano me. In fondo al corridoio c'era una camera buia. Al suo interno c'era un fuoco e c'erano persone vestite con lunghe tuniche di colore bianco sporco ,bardade con finimenti cremisi . Le lacrime mi scendevano sul viso senza nemmeno accorgermene. Ero nel panico più assoluto. Erano tutti li, in piedi, intorno a quel fuoco. Non vedevo i volti perché erano coperti da cappucci ma sentivo le loro voci. Ripetevano una specie di cantilena, come quelle preghiere che si cantano in chiesa, ma non capivo cosa dicessero.
Una di quelle figure mi si avvicinò. Il suo passo era lento, incerto, si trascinava verso di me mentre quella cantilena diventava sempre più forte. Mi arrivò a uno, massimo due passi e disse qualcosa. Io rimasi in silenzio, non capii. Allora alzò la testa e intravidi il suo volto. Era una vecchia donna, il volto segnato dagli anni, occhi scuri come la pece e solchi sul viso scavati dal tempo. Mi accennò un sorriso. Aveva giusto qualche incisivo ingiallito e marcio. Poi d'improvviso la sua espressione divento seria, gli occhi si spalancarono e mi urlò contro "Scappa, va via...".
Saltai all'indietro come se quelle parole mi avessero colpito al volto. Mi girai e mi ritrovai sul ciglio di una scala che non c'era qualche istante prima. Rotolai giù senza riuscire a fermarmi. Mi alzai dal pavimento e guardai in alto. Tutte quelle persone erano lì, sopra le scale, a fissarmi. Poi d'un tratto iniziarono a scendere verso di me. Iniziai a correre come non ho mai fatto in vita mia. Provai ad aprire una porta, poi un'altra, poi un'altra ancora fin quando, finalmente, non ne trovai una aperta. Mi infilai dentro e mi ritrovai in un vicolo stretto, illuminato da piccoli lampioncini ad olio. Le voci da dietro la porta si fecero sempre più vicine, mentre le luci lentamente iniziarono a spegnersi, due, poi quattro, il buio avanzava contro di me.
Ripresi a correre urlando, chiedendo aiuto ma non c'era nessuno. Non una sola persona. Solo in lontananza vidi un'insegna accesa, "Hotel". Mi diressi li con le mie ultime forze.

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