venerdì 5 ottobre 2018

The Baby

Ci sono cose che per quanto effimere ti entrano dentro e scuotono la tua anima fin dalle radici. Sembra impossibile che una persona possa sentire il peso di un sogno come se fosse qualcosa di reale ma, quando il tuo mondo è già di suo in equilibro precario, anche un incubo può portarti a cadere. Era un periodo difficile in casa, mio padre non lavorava e tra l'affitto e le spese c'era una tensione che si avvertiva come aria calda sulla pelle. I miei litigavano in continuazione e volavano parole pesanti come piombo. Da pochi mesi mia nonna era venuta a mancare ed io, che in lei avevo trovato una seconda mamma, avevo perso la parte più bella di me.
Provai comunque a parlare delle mie paure con la mia famiglia e con i miei amici ma nessuno pensò minimamente che uno stupido incubo potesse farmi davvero del male. Ognuno aveva i suoi impegni, le sue preoccupazioni, tutti troppo da fare, nessuno che potesse concedermi del tempo.
Era un sogno, qualcosa di inesistente, che sparisce nel momento in cui apri gli occhi, questa erano le risposte che ottenevo, questo era ciò che le persone normali pensavano. Era stato così anche per me prima di allora. Avevo avuto sogni stupendi, incubi tremendi ma questo mi aveva lasciato un segno.Aveva un significato, voleva dirmi qualcosa, ne ero più che sicura. 
Mi bastava vedere una casa simile a quella del sogno, un uomo vestito in nero, una vecchia signora che tutto tornava in mente e mi ritrovavo ricatapultata in quel mondo. Ogni sera pregavo di non rivivere quella sensazione e per un po' di tempo funzionò.
Erano passate forse tre settimane da quella prima volta quando riaccadde. Questa volta però era diverso. Non c'era quell'enorme casa bianca ma un anfiteatro in pietra. Dall'esterno sembrava essere molto antico, era circondato da ruderi e pietre staccatesi nel corso degli anni. Per entrare era necessario attraversare erbacce alte quanto me senza la possibilità di vedere dove si mettessero i piedi. Passato l'ostacolo ci si ritrovava davanti una decina di scalini in marmo che portavano ad uno degli ingressi. Le arcate erano molto alte, forse una decina di metri, ed erano quattro una sopra l'altra. Trovarsi li davanti ti faceva sentire davvero minuscola.
Il silenzio tombale che avvolgeva quel posto era spezzato solo da un lamento, un pianto forse, che proveniva dall'interno. Attraversai quelle volte una dopo l'altra fino ad arrivare all'arena centrale. Non c'era la pavimentazione e si potevano vedere gli innumerevoli corridoi attraverso cui, probabilmente, migliaia di anni prima erano passati uomini ed animali. Dalla mia posizione avvertivo distintamente quel pianto, sembrava provenire dagli spalti, così decisi di salire su quei gradoni ormai vecchi e consumati per capire cosa fosse. Arrivata ad un certo punto vidi una culla in vimini, di quelle di un tempo, ferma lì senza nessuno nelle vicinanze. Mi accostai e guardai dentro.
C'era una bambina piccolissima, avrà avuto tre o quattro mesi, piangeva disperata tendendo le braccia in avanti. Era uno splendore con la sua tutina bianca ed il cappellino rosa. Mi fissava come se avesse visto la sua salvezza. La presi in braccio e la strinsi al petto.
"Ciao piccolina, sei tutta sola poveretta" le dissi con la voce di una bambina "non aver paura, ci sono io qui". Mi sedetti su uno di quei gradoni ed inizia a cullarla.
La mia voce sembrava tranquillizzarla e in men che non si dica socchiuse gli occhi.
"Chissà come ci è arrivata qua" pensai tra me e me mentre fissavo quel visino minuscolo.
Appena addormentata la rimisi in culla e mi misi li accanto pensando a cosa avrei dovuto fare. Non avrei mai potuto lasciarla li, non c'era nessuno che potesse trovarla, sarebbe rimasta sola.
Poi d'improvviso il tempo incominciò a guastarsi. Nuvole nere ricoprirono il sole rendendo tutto tetro e scuro. Si sentivano tuoni in lontananza e sembrava dovesse scatenarsi un temporale da un momento all'altro. Un fulmine squarciò il cielo e vidi dall'altro lato della gradinata, oltre l'arena centrale, di nuovo lui, quell'ombra scura, salire gli scaloni . Sentii una mano gelida stringermi il cuore, mi assalì il panico e restai paralizzata.
Era li, dritto davanti a me, seduto. Non potevo muovermi ne allontanarmi senza che lui mi vedesse. Mi guardai intorno e vidi una piccola apertura nella pietra a qualche metro da me. Se fossi stata attenta magari non si sarebbe accorto della mia presenza ma c'era la bambina, non potevo lasciarla.
Allungai le mani nella culla, cercando di rimanere quanto più nascosta possibile, ma non riuscivo a trovarla. Spostai il lenzuolino ed il cuscino ma niente, era sparita.
D'un tratto il pianto riprese e proveniva da lontano, alzai lo sguardo e riuscii ad intravedere con quel poco di luce che c'era ancora, la bambina. Era tra le braccia di quell'essere. Non sapevo cosa fare, l'istinto mi diceva di scappare ma la mia coscienza me lo impediva. Non potevo abbandonarla al suo destino. Mi feci coraggio e gli urlai contro "Lasciala stare, cosa vuoi da lei ? È una bambina?"
Lui si alzò come se non mi avesse minimamente sentito e inizio a salire i gradini rimasti. Fin sopra l'ultima arcata.
"Cosa vuoi fare? Lasciala stare" continuai ad urlare mentre correvo sugli spalti nella sua direzione.
Arrivato in cima con la bimba tra le braccia si sporse per guardare giù, oltre il ciglio, verso l'esterno dell'arena. Poi all'improvviso la afferrò per un piede e la tenne sospesa nel vuoto mentre la bambina piangeva e si dimenava.
"Cosa vuoi fare? Lasciala stare" gli urlai agitata mentre salivo verso di lui. Ormai era vicino, a qualche metro da me. Non mi importava chi fosse o cosa mi avrebbe fatto, la mia unica preoccupazione era la bimba.
"Lasciala stare" gli urlai con tutta la rabbia che avevo in corpo. Lui si voltò, mi guardò con i suoi occhi ardenti e la lasciò precipitare giù, nel vuoto...


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