giovedì 11 ottobre 2018

The Tears

Quell'immagine rimase impressa in me come un marchio a fuoco. Mi svegliai urlando in camera all'alba, ero sola, sudata ma sentivo un gelo avvolgermi l'anima. Quello che avevo visto era crudele, terribile. Quella bambina si dimenava e piangeva, cercava aiuto ma io non ero riuscita a salvarla. Era precipitata davanti ai miei occhi. Avrei dovuto vederlo come un semplice brutto sogno ma più ci provavo e più era un pensiero fisso.
Non riuscivo proprio a chiuderlo in una scatoletta e gettarlo via, per me era più che un incubo, era un ricordo.
La notte diventava sempre più difficile da affrontare. Avrei voluto non arrivasse mai, non sparisse mai il sole e non arrivasse mai la stanchezza. Provavo a reggere bevendo caffè e guardando la TV ma arrivava il momento in cui semplicemente crollavo.
Una di quelle notti, dopo due giorni che non dormivo, mi ritrovai per l'ennesima volta in quel mondo cupo. Tirava un vento molto forte che piegava l'erba alta davanti a me. Questa volta però ero nello stesso luogo del sogno precedente, il grande anfiteatro. Vedevo le arcate e le gradinate attraverso le sterpaglie mosse dal vento.
Fuori l'ingresso, sui gradini di marmo, c'era una ragazza. Era seduta con la testa tra le mani e piangeva. Una scena molto differente da quelle che ormai ero abituata a vivere. Mi avvicinai lentamente, avevo i nervi a fior di pelle e non sapevo cosa aspettarmi. Capivo solo che tra le lacrime ed i singhiozzi diceva un nome, Anna.
Arrivata a qualche passo di distanza le rivolsi la parola.
"Scusa" dissi con voce bassa. Lei alzò la testa e mi guardò. Aveva gli occhi rossi ed il volto scavato dalle lacrime. Avrà avuto forse 25 anni.
Mi guardò per qualche istante come se fosse sorpresa di vedermi li.
"Scusa se te lo chiedo, ma ti è successo qualcosa? Posso aiutarti?" le chiesi.
"Non volevo, non sono stata io, è stato lui... lei era la mia bambina, la mia bambina" rispose nascondendo il volto tra le mani.
Mi sedetti accanto a lei cercando di capire il motivo di tanto dolore.
"Non capisco, non sei stata tu a fare cosa?"
"Io non le avrei mai fatto del male, era la mia bambina, la mia Anna"
La fissai in silenzio per qualche secondo, poi continuò
"Io ero qui mentre quella cosa le faceva del male, ma non ero io, era quell'essere, non ero io"
"Scusa non so come ti chiami"
Lei mi guardò. Nei suoi occhi si leggeva la profondità del dolore che si portava dentro
"Io sono Isabelle, Anna era mia figlia"
"Io sono Xoryn, se vuoi parlarne magari potrebbe aiutarti"
Esitò qualche secondo poi iniziò a raccontarmi la loro storia.
"Avevo 24 anni quando scoprii di essere incinta. Lui, il padre, non volle saperne nulla ed io ero completamente nel panico. Non sapevo come avrei fatto ad andare avanti, come avrei potuto assicurarle un futuro. Mi portai dietro questi dubbi per 9 lunghi mesi. Poi la vidi, lei mi sorrise e tutto sparì. Non c'era più nulla, nessun problema, esisteva solo lei. Trovai un lavoro, una casa, insomma le cose andavano per il meglio, fin quando non iniziò"
"Iniziò cosa?"
"Gli incubi, non iniziarono gli incubi"
Dinanzi a quelle parole un brivido molto reale mi salii lungo la schiena, ma volevo saperne di più, dovevo capirne di più.
"Quali incubi?" Le chiesi temendo la risposta.
"Un essere oscuro, con gli occhi rossi e senza volto. Lo vedevo ogni notte, mi perseguitava"
Restai in silenzio fissandola con gli occhi spalancati. Lei se ne accorse
"Lo hai visto pure tu?"
"Si, purtroppo si... l'ho sognato un paio di volte".
"All'inizio è così. Poi diventa un rito, ogni singola notte. Fin quando non ti porta allo stremo, ti distrugge fisicamente e mentalmente e si prende tutto quello che hai"
"Cosa vuol dire si prende tutto quello che hai?"
Mi prese per le spalle con forza e si avvicinò ad un palmo dal mio volto
"Ha ucciso mia figlia, la mia Anna, proprio qui, in questo posto"
Mi alzai di scatto facendo qualche passo indietro. Lei riprese a piangere più forte di prima, annegando nelle lacrime tra le sue mani. Non poteva essere vero, stava parlando di quella bambina, quella che avevo visto precipitare.
Mentre ero in piedi, pietrificata da quelle parole lei si alzò e si avvicinò.
"Scappa, va via se puoi... non lasciarlo vincere"
"Io non so come fare"
Le mi fisso un secondo mi prese per il collo e mi urlò in faccia
"Va via!!!"
Quell'urlo mi fece tornare nella mia camera. Mi misi seduta sul letto a riflettere. Potevo aver immaginato davvero tutto? Era possibile che mi avesse talmente toccato il sogno della bambina da creare un'intera storia su di lei dal nulla? Era la mia mente in grado di fare tutto questo?
Pensai a quello che mi aveva detto quella donna, pensai a quello che mi aveva raccontato, pensai ai nomi. E se fosse stato tutto vero? Se in qualche modo avessi vissuto qualcosa di reale? Dovevo saperlo.
Presi lo smartphone dal comodino accanto al letto e aprii il browser. Scrissi parole chiave come "Isabelle", "Anna", "Neonata", "Precipitata" e lanciai la ricerca.
Il risultato mi tolse il respiro.
"Madre uccide la figlioletta di pochi mesi e si toglie la vita", "Anna non ce l'ha fatta, si è spenta dopo ore di agonia" ed ancora "Isabelle Rodriguez scavalca recinzione dello stadio e getta dal settore più alto sua figlia di pochi mesi, poi si suicidia lanciandosi nel vuoto".
Per un attimo credo mi si sia fermato il cuore. Avevo visto quella bambina, l'avevo tenuta in braccio. Avevo parlato con la madre. Se tutto era vero non erano semplici incubi.
Se tutto era vero forse anche i precedenti lo erano.
Se tutto era vero anche quell'essere poteva esserlo...


venerdì 5 ottobre 2018

The Baby

Ci sono cose che per quanto effimere ti entrano dentro e scuotono la tua anima fin dalle radici. Sembra impossibile che una persona possa sentire il peso di un sogno come se fosse qualcosa di reale ma, quando il tuo mondo è già di suo in equilibro precario, anche un incubo può portarti a cadere. Era un periodo difficile in casa, mio padre non lavorava e tra l'affitto e le spese c'era una tensione che si avvertiva come aria calda sulla pelle. I miei litigavano in continuazione e volavano parole pesanti come piombo. Da pochi mesi mia nonna era venuta a mancare ed io, che in lei avevo trovato una seconda mamma, avevo perso la parte più bella di me.
Provai comunque a parlare delle mie paure con la mia famiglia e con i miei amici ma nessuno pensò minimamente che uno stupido incubo potesse farmi davvero del male. Ognuno aveva i suoi impegni, le sue preoccupazioni, tutti troppo da fare, nessuno che potesse concedermi del tempo.
Era un sogno, qualcosa di inesistente, che sparisce nel momento in cui apri gli occhi, questa erano le risposte che ottenevo, questo era ciò che le persone normali pensavano. Era stato così anche per me prima di allora. Avevo avuto sogni stupendi, incubi tremendi ma questo mi aveva lasciato un segno.Aveva un significato, voleva dirmi qualcosa, ne ero più che sicura. 
Mi bastava vedere una casa simile a quella del sogno, un uomo vestito in nero, una vecchia signora che tutto tornava in mente e mi ritrovavo ricatapultata in quel mondo. Ogni sera pregavo di non rivivere quella sensazione e per un po' di tempo funzionò.
Erano passate forse tre settimane da quella prima volta quando riaccadde. Questa volta però era diverso. Non c'era quell'enorme casa bianca ma un anfiteatro in pietra. Dall'esterno sembrava essere molto antico, era circondato da ruderi e pietre staccatesi nel corso degli anni. Per entrare era necessario attraversare erbacce alte quanto me senza la possibilità di vedere dove si mettessero i piedi. Passato l'ostacolo ci si ritrovava davanti una decina di scalini in marmo che portavano ad uno degli ingressi. Le arcate erano molto alte, forse una decina di metri, ed erano quattro una sopra l'altra. Trovarsi li davanti ti faceva sentire davvero minuscola.
Il silenzio tombale che avvolgeva quel posto era spezzato solo da un lamento, un pianto forse, che proveniva dall'interno. Attraversai quelle volte una dopo l'altra fino ad arrivare all'arena centrale. Non c'era la pavimentazione e si potevano vedere gli innumerevoli corridoi attraverso cui, probabilmente, migliaia di anni prima erano passati uomini ed animali. Dalla mia posizione avvertivo distintamente quel pianto, sembrava provenire dagli spalti, così decisi di salire su quei gradoni ormai vecchi e consumati per capire cosa fosse. Arrivata ad un certo punto vidi una culla in vimini, di quelle di un tempo, ferma lì senza nessuno nelle vicinanze. Mi accostai e guardai dentro.
C'era una bambina piccolissima, avrà avuto tre o quattro mesi, piangeva disperata tendendo le braccia in avanti. Era uno splendore con la sua tutina bianca ed il cappellino rosa. Mi fissava come se avesse visto la sua salvezza. La presi in braccio e la strinsi al petto.
"Ciao piccolina, sei tutta sola poveretta" le dissi con la voce di una bambina "non aver paura, ci sono io qui". Mi sedetti su uno di quei gradoni ed inizia a cullarla.
La mia voce sembrava tranquillizzarla e in men che non si dica socchiuse gli occhi.
"Chissà come ci è arrivata qua" pensai tra me e me mentre fissavo quel visino minuscolo.
Appena addormentata la rimisi in culla e mi misi li accanto pensando a cosa avrei dovuto fare. Non avrei mai potuto lasciarla li, non c'era nessuno che potesse trovarla, sarebbe rimasta sola.
Poi d'improvviso il tempo incominciò a guastarsi. Nuvole nere ricoprirono il sole rendendo tutto tetro e scuro. Si sentivano tuoni in lontananza e sembrava dovesse scatenarsi un temporale da un momento all'altro. Un fulmine squarciò il cielo e vidi dall'altro lato della gradinata, oltre l'arena centrale, di nuovo lui, quell'ombra scura, salire gli scaloni . Sentii una mano gelida stringermi il cuore, mi assalì il panico e restai paralizzata.
Era li, dritto davanti a me, seduto. Non potevo muovermi ne allontanarmi senza che lui mi vedesse. Mi guardai intorno e vidi una piccola apertura nella pietra a qualche metro da me. Se fossi stata attenta magari non si sarebbe accorto della mia presenza ma c'era la bambina, non potevo lasciarla.
Allungai le mani nella culla, cercando di rimanere quanto più nascosta possibile, ma non riuscivo a trovarla. Spostai il lenzuolino ed il cuscino ma niente, era sparita.
D'un tratto il pianto riprese e proveniva da lontano, alzai lo sguardo e riuscii ad intravedere con quel poco di luce che c'era ancora, la bambina. Era tra le braccia di quell'essere. Non sapevo cosa fare, l'istinto mi diceva di scappare ma la mia coscienza me lo impediva. Non potevo abbandonarla al suo destino. Mi feci coraggio e gli urlai contro "Lasciala stare, cosa vuoi da lei ? È una bambina?"
Lui si alzò come se non mi avesse minimamente sentito e inizio a salire i gradini rimasti. Fin sopra l'ultima arcata.
"Cosa vuoi fare? Lasciala stare" continuai ad urlare mentre correvo sugli spalti nella sua direzione.
Arrivato in cima con la bimba tra le braccia si sporse per guardare giù, oltre il ciglio, verso l'esterno dell'arena. Poi all'improvviso la afferrò per un piede e la tenne sospesa nel vuoto mentre la bambina piangeva e si dimenava.
"Cosa vuoi fare? Lasciala stare" gli urlai agitata mentre salivo verso di lui. Ormai era vicino, a qualche metro da me. Non mi importava chi fosse o cosa mi avrebbe fatto, la mia unica preoccupazione era la bimba.
"Lasciala stare" gli urlai con tutta la rabbia che avevo in corpo. Lui si voltò, mi guardò con i suoi occhi ardenti e la lasciò precipitare giù, nel vuoto...


domenica 30 settembre 2018

The Hotel

Qualcuno ha scritto che il vantaggio di un hotel è quello di essere un ottimo rifugio dalla vita...
 ed era proprio un rifugio quello di cui avevo bisogno in quel momento.
Arrivai all'ingresso quando ormai l'intera strada si era oscurata. Sentivo in lontananza le voci avanzare, avvicinarsi sempre di più. Volevo solo sparire, nascondermi, non essere trovata qualsiasi fosse la loro intenzione.
Entrai nel giardino antistante l'hotel Piuma, c'erano oleandri e Salici ai lati del vialetto. Vedevo dalle vetrate il lungo bancone in legno della reception ma non c'era nessuno dietro. Spinsi la porta, provai ad aprirla ma niente, era chiusa a chiave.
"Aprite... aprite vi prego, fatemi entrare" urlai con tutte le mie forze mentre battevo le mani su quel vetro.
All'improvviso sentii dei passi provenire dalla strada dietro di me. Mi voltai e rividi l'ombra, avanzava lentamente, con passo cadenzato. Ancora una volta non vedevo il suo volto, era immerso nelle tenebre, però stavolta vedevo i suoi occhi. Brillavano nel buio come rubini e mi fissavano.
Rimasi paralizzata, mi appoggiai con la schiena alla porta di vetro dietro di me mentre con la voce tremante, spezzata dal terrore, continuavo a chiedere aiuto.
" Continui a scappare, ancora e ancora e ancora... quand'è che imparerai..." disse con voce rauca fermandosi a qualche metro da me, tra le fronde di un salice che lentamente oscillavano al vento.
"Alla fine, ovunque tu vada, ti ritroverò sempre" continuò mentre riprese ad avanzare.
Sentii le gambe tremare e poi cedere. Mi ritrovai senza volerlo seduta sul pavimento, mi appoggiai alla porta e misi la testa tra le mani.
"Cosa vuoi da me?" dissi con voce sommessa. Non avevo più nemmeno la forza di piangere, non avevo idea di cosa stesse accadendo, di dove mi trovassi e di cosa avrei dovuto fare. Vidi tra le dita i suoi piedi davanti ai miei, era li, ed ero completamente abbandonata.
Sentivo che anche le persone della vecchia casa erano vicine, forse a qualche metro, mentre seguitavano nella loro strana litania. Fu allora che quell'essere davanti a me si girò. Vidi i suoi piedi voltarsi ed allontanarsi poi, all'improvviso, caddi all'indietro e mi ritrovai stesa per terra. Finalmente qualcuno aveva aperto quella dannata porta, ero dentro.

C'era un uomo anziano, sulla settantina, che mi fissava sconvolto. Mi alzai di scatto, afferrai la porta e la chiusi con violenza.
"Grazie, grazie mille... mi ha salvato" gli dissi con gli occhi lucidi di chi è appena scampato a qualcosa di orribile. 
"Salvata? Da cosa?" Mi chiese con aria incerta guardando fuori.
"C'era qualcuno, un uomo forse, era buio, delle persone che pregavano e mi seguivano e..." mi interruppe bruscamente "Si calmi signorina, la fuori non c'è nessuno, di cosa sta parlando?".
"Ma c'erano, glielo giuro, mi creda".
Mi fisso per qualche secondo come se fossi pazza, o forse drogata, non so cosa gli passasse per la testa.
"Non so di cosa stia parlando ma la fuori non c'è nessuno, non vogliamo problemi qui, la prego di uscire".
A quelle parole mi saltarono i nervi ed iniziai ad urlare. Avevo solo bisogno di un posto dove stare, dove far passare la notte, dove nascondermi e riposare. Lui mi fissava esterrefatto poi cercai di calmarmi, presi un respiro e gli chiesi se ci fosse qualche camera libera.
"No, mi spiace, siamo pieni" rispose con durezza.
Mi piegai sulle ginocchia e lo pregai, avevo bisogno di restare li, era l'unico posto dove andare.
"Cosa succede ?" chiese una voce proveniente dalla stanza accanto. Apparve poi una vecchia signora, anche lei sui settant'anni o giù di lì, capelli corti, grigi e occhiali spessi.
"Chi è questa ragazza? Perché sta piangendo?"
"Signora la prego, ho solo bisogno di un posto per stanotte, la scongiuro mi faccia restare qui".
Mi fissò qualche istante poi mi disse di seguirla ignorando le proteste del marito scorbutico.
"Fa così ma non è un uomo cattivo, solo insopportabile " mi disse con un piccolo sorriso. 
In quel momento, con quello che stavo passando, con quello che avevo appena vissuto, quel sorriso fu la cosa più dolce e rassicurante che io abbia mai ricevuto.
Girò intorno al bancone della reception e prese una chiave
"È all'ultimo piano, devi attraversare quel corridoio e prendere le scale, non è un granché ma è l'unica disponibile stanotte".
"Andrà bene signora" le dissi mentre mi passava le chiavi. Le strinsi la mano e la ringraziai ancora una volta.
"Non ti preoccupare, non è un problema, va pure sembri stanca, non so cosa tu abbia passato ma hai bisogno di riposare".
" Non sa quanto ha ragione" risposi avviandomi verso il corridoio, mentre il marito continuava a seguirmi con lo sguardo.
C'era un breve passaggio prima di arrivare ad una porta con sopra scritto "Scale". La aprii e la attraversai. Effettivamente c'erano  delle scale ma non per salire, solo per i piani inferiori. Pensai di aver sbagliato, guardai la chiave e c'era scritto camera 66. Li per li fui tentata di tornare indietro ma non volevo dare ulteriore disturbo. Il proprietario già mi odiava quindi meglio evitare e provare a scendere per vedere cosa ci fosse.
Scesi un piano e vidi un lungo corridoio con camere numerate a destra e sinistra, ma non c'era la mia. Per quanto fosse assurda la cosa sembrava che dovessi arrivare all'ultimo piano... sotto terra. Scesi cinque forse sei piani, fino all'ultimo gradino presente. Davanti a me c'erano altre camere, la prima era la 55, l'ultima ,finalmente , la mia.
Le luci si accesero in automatico non appena scesi l'ultimo scalino. Arrivata in fondo aprii la porta, che emise un lamento stridente, ed entrai richiudendola dietro di me.
La stanza era molto piccola. Appena entrati sulla destra c'era il bagno e subito dopo l'angolo il letto, ma non importava, ero al sicuro.
Mi stesi ed iniziai a riflettere a tutto quello che mi era accaduto. Volevo rimettere insieme i pezzi, capire cosa mi stessa succedendo e perché tutti sembravano dare la caccia a me. Ripensai alla casa, a quella vecchia signora, le loro voci ma soprattutto gli occhi, quei due occhi rossi davanti a me e le sue parole. Cosa voleva dire, perché mi avrebbe sempre ritrovato, cosa voleva da me.
Mentre riflettevo sentii dei colpi sul muro, come se qualcosa lo urtasse di tanto in tanto. Il solo pensiero che potesse essere ancora quell'ombra mi fece sobbalzare dal letto. Sentii una sensazione allo stomaco, come se una lama me l'avesse trapassato. Mi fermai ad ascoltare fin quando non presi coraggio e decisi di dare un'occhiata, almeno così, se non fosse stato nulla, mi sarei potuta rilassare un pò ed avrei potuto riposare, ero stremata.
Aprii lentamente la porta per evitare che cigolasse e vidi una palla rosa attraversare il corridoio e subito dopo una bimba rincorrerla. Aveva dei capelli ricci biondissimi,  una t-shirt bianca e rosa ed un pantaloncino corto abbinato. Aprii ancora un po' per vedere meglio e la porta emise un suono acuto e fastidioso. La bambina allora si volto e mi vide.
"Ciao" mi salutò sorridendo e venendo verso di me.
"Ciao piccola, come ti chiami?"
"Io sono Elisa"
"Hai un nome stupendo sai?" lei mi guardò arrossendo.
"Che colore ti piace? Io amo il rosa, è bellissimo" mi disse mostrandomi la palla con cui stava giocando.
" Anche a me piace tanto" le risposi sorridendole. Lei si fermò qualche istante mi guardo e si mise una mano in tasca.
"Devo darti una cosa "
"No piccola, lascia stare"
Ma lei, come se non mi avesse proprio sentito, continuo a cercare nelle sue tasche. Ad un certo punto però alzo gli occhi e mi guardo con aria seria.
"Scappa, va via di qui" mi urlò correndo verso l'altro lato del corridoio. Quelle parole mi pietrificarono. La guardai sparire dentro una camera e chiusi la porta. Appoggiai la fronte all'altezza dello spioncino e restai li qualche secondo con gli occhi chiusi. Quando li riaprii era tutto buio, mi girai e ad un palmo da me c'erano quei due occhi fiammeggianti.
Mi fissava senza dire una parola. Il suo sguardo era profondo, freddo e guardava nei miei occhi come se fossero vie da percorrere per la mia anima. Sentivo che mi stava scavando dentro lentamente. Cercai di tirarmi indietro ma non avevo spazio per muovermi ne per difendermi.
"Cosa vuoi da me? Chi diavolo sei?" gli urlai contro con tutta la mia forza. Lui senza scomporsi minimamente e senza proferire parola allungò una mano e mi prese al collo. Gli afferrai il braccio nel tentativo di liberarmi ma lui strinse la presa e mi sollevò con i piedi dal terreno. Provai a divincolarmi, a dare calci ma fu tutto vano. La sua mano gelida mi stritolava la gola e stringeva sempre di più ed allora capii che, proprio come un serpente, avrebbe continuato fin quando non avessi smesso di vivere. 
Mi mancava l'aria e gli occhi si facevano sempre più pesanti. Non potevo fare nulla se non arrendermi al mio destino. Prima però con le ultime forze e con un briciolo di voce gli chiesi un'ultima volta "cosa vuoi da me?" e lui mi rispose con un'unica ,semplice , parola "Tutto".
Dopodiché tirò indietro l'altra mano per sferrarmi un pugno.

Saltai dal letto e mi toccai la gola, sentivo ancora le sue dita intorno al collo.
Mi guardai intorno e finalmente riconobbi il posto in cui mi trovavo, era camera mia. Presi il telefono ed erano a mala pena le sei di mattina. Non mi ero mai mossa di lì, era stato un incubo, orrendo, agghiacciante, raccapricciante, ma si trattava pur sempre di un sogno.
Avevo la gola secca, come se avessi corso davvero per ore, così mi alzai per scendere giù in cucina. Passai davanti alla finestra e mi fermai un istante. Non sapevo se guardare fuori o meno. Avevo paura ci fosse ancora quella persona in fondo alla strada a fissarmi, quell'ombra che era addirittura entrata nei miei incubi. Aprii un po le persiane e guardai.
Non c'era nessuno per strada, forse anche quello era parte dell'incubo.


O forse no...




lunedì 24 settembre 2018

The Nightmare

Freud affermava che i sogni sono sogni di comodità, ubbidiscono all'intento di continuare il sonno anziché quello di svegliarsi. Il sogno è il custode, non il perturbatore del sonno ma, evidentemente, non aveva mai vissuto la mia esperienza.
Da quella prima notte la mia vita divenne un incubo, e non si tratta di una mera metafora. Tutto quello che sarebbe accaduto di lì in avanti potrebbe sembrare assurdo, contorto, figlio di una mente malata, ma credetemi se dico che il mio cuore batte come un tamburo al solo rivivere quei momenti.
Mi ritrovai davanti ad un'enorme casa bianca. Ero li, ferma, all'ingresso di un giardino rigoglioso pieno di alberi da frutto e fiori, mi sembrava di sentire l'odore di arance e limoni maturi. In mezzo al verde c'era un piccolo vialetto in pietra che portava ad una piccola scala che si arrampicava su un ampio porticato in legno. Aprii il cancelletto ed entrai. C'era un silenzio assordante e si sentivano solo i miei passi. Ad un certo punto sprofondai con un piede. Il vialetto era sparito e davanti a me c'era solo terra e fango. Mi girai e gli alberi erano secchi, bruciati dal sole, anneriti. C'erano sterpaglie ed ortiche ovunque e si avvertiva un forte odore di marcio. Mi fermai di colpo, paralizzata, fin quando non si avvicinò una donna. Era un po' più bassa di me, di mezz'età, aveva i capelli scuri e la carnagione ambrata, sembrava  una nativa americana. Non capii cosa disse ma mi indicò l'ingresso e sembrava invitarmi ad entrare.
Si fermò sulla porta e vedendomi titubante mi attese qualche istante, poi disse qualcosa in qualche lingua a me sconosciuta ed entrò.
Non sapevo minimamente cosa fare. Era tutto strano, quel giardino rigoglioso non esisteva più, mi guardai indietro ed il vialetto era completamente sparito. Sembrava avessi camminato per miglia tanto da non riuscir più a vedere l'ingresso. Avevo una sola scelta possibile.
Spinsi quell'enorme porta in legno e mi ritrovai all'interno.
"Permesso? Signora? Sono la ragazza che stava in cortile, c'è qualcuno?" non ricevetti nessuna risposta. C'era un atrio molto spazioso ma spoglio, non c'erano quadri, ne mobili. A pensarci bene non c'era assolutamente nulla se non una scala sulla sinistra per il piano superiore. Sulla destra invece sembrava esserci una porta a pochi passi da me. Pensai che la donna vista fuori fosse entrata in quella stanza così, facendomi coraggio, mi avviai verso la porta. Il legno sotto i miei piedi scricchiolava. Le pareti erano unte ed ammuffite, come se la casa fosse stata abbandonata da tempo.
Dalla porta trapelava una lama di luce che tagliava il corridoio in due. Anche questa stanza era vuota. Le finestre erano sigillate con del legno che lasciava passare una luce fioca dall'esterno. Mentre pensavo tra me e me cosa avrei dovuto fare vidi un'ombra attraversare l'atrio. Corsi a vedere ma non c'era nessuno, ne lì ne sulle scale. Poi con la coda dell'occhio notai qualcuno dietro di me nella stanza, mi voltai di scatto ma era vuota. Il cuore incomincio a battermi così forte da sentirlo in gola, le mani mi tremavano ed un brivido mi risalii la schiena. Uscii di corsa da quella camera e corsi verso l'ingresso. La porta sembrava essere sigillata, era diventata pesante, impossibile da aprire.
Improvvisamente una mano mi si poggiò sulla spalla, mi voltai ed era la donna del cortile. Mi prese per il polso e mi tirò con forza su, sopra le scale, al piano superiore. Mi portò in un corridoio lungo pieno di camere da entrambi i lati. Alcune erano chiuse, altre invece lasciavano intravedere persone al loro interno e tutte, tutte, fissavano me. In fondo al corridoio c'era una camera buia. Al suo interno c'era un fuoco e c'erano persone vestite con lunghe tuniche di colore bianco sporco ,bardade con finimenti cremisi . Le lacrime mi scendevano sul viso senza nemmeno accorgermene. Ero nel panico più assoluto. Erano tutti li, in piedi, intorno a quel fuoco. Non vedevo i volti perché erano coperti da cappucci ma sentivo le loro voci. Ripetevano una specie di cantilena, come quelle preghiere che si cantano in chiesa, ma non capivo cosa dicessero.
Una di quelle figure mi si avvicinò. Il suo passo era lento, incerto, si trascinava verso di me mentre quella cantilena diventava sempre più forte. Mi arrivò a uno, massimo due passi e disse qualcosa. Io rimasi in silenzio, non capii. Allora alzò la testa e intravidi il suo volto. Era una vecchia donna, il volto segnato dagli anni, occhi scuri come la pece e solchi sul viso scavati dal tempo. Mi accennò un sorriso. Aveva giusto qualche incisivo ingiallito e marcio. Poi d'improvviso la sua espressione divento seria, gli occhi si spalancarono e mi urlò contro "Scappa, va via...".
Saltai all'indietro come se quelle parole mi avessero colpito al volto. Mi girai e mi ritrovai sul ciglio di una scala che non c'era qualche istante prima. Rotolai giù senza riuscire a fermarmi. Mi alzai dal pavimento e guardai in alto. Tutte quelle persone erano lì, sopra le scale, a fissarmi. Poi d'un tratto iniziarono a scendere verso di me. Iniziai a correre come non ho mai fatto in vita mia. Provai ad aprire una porta, poi un'altra, poi un'altra ancora fin quando, finalmente, non ne trovai una aperta. Mi infilai dentro e mi ritrovai in un vicolo stretto, illuminato da piccoli lampioncini ad olio. Le voci da dietro la porta si fecero sempre più vicine, mentre le luci lentamente iniziarono a spegnersi, due, poi quattro, il buio avanzava contro di me.
Ripresi a correre urlando, chiedendo aiuto ma non c'era nessuno. Non una sola persona. Solo in lontananza vidi un'insegna accesa, "Hotel". Mi diressi li con le mie ultime forze.

domenica 23 settembre 2018

The Beginning

Ero poco più di una bambina quando tutto ebbe inizio.
Ricordo come se fosse ieri quella notte. Era un'estate calda, di quelle che si vedono una volta ogni vent'anni. Il caldo lo sentivi addosso come un macigno, l'aria era pesante e la mia camera, una piccola stanzetta al secondo piano di un vecchio palazzo, era un forno sia di giorno che di notte.
Era impossibile dormire.

Mi alzai nel bel mezzo della notte, erano forse le quattro, completamente sudata ed aprii la finestra. Le strade erano vuote, non c'era un'anima in giro, solo in lontananza si sentiva qualche auto correre sui sanpietrini e nulla più.
Scesi al piano di sotto per prendere un po' d'acqua fresca e ricordo che,  nel momento in cui aprii la porta del frigo, la luce pulsò come se stesse per andarsene l'elettricità fino a riprendere il suo normale funzionamento. Bevvi il mio bicchier d'acqua e risalii. Prima di rimettermi a letto presi un'ultima boccata d'aria dalla finestra e fu allora che vidi qualcosa di strano.

 La mia camera affacciava su di una stradina senza uscita, lunga forse un centinaio di metri e alla fine della strada, vicino alla parete di una vecchia casa abbandonata, c'era qualcuno. Un'ombra più che altro, di cui non si potevano distinguere i lineamenti ne gli abiti ne il viso, ma c'era qualcuno. E quel qualcuno mi guardava. Non vedevo i suoi occhi, ma ero sicura mi stesse fissando.

Mi allontanai di istinto dalla finestra e mi rimisi a letto. Ero agitata ed impaurita ma cercai di convincermi che era solo una mia fantasia, che forse nemmeno era stato reale e che, probabilmente, si era trattato di un semplice gioco di luci. In più abitavo al secondo piano, c'erano i miei nella stanza accanto, mio fratello, mia sorella, non mi sarebbe mai potuto accadere nulla. Mentre mi ripetevo queste cose, lentamente, mi addormentai.